Quando un figlio cresciuto comincia a prendere le distanze, molte madri vivono questa fase con un senso di smarrimento profondo. Non si tratta semplicemente di autonomia: quel giovane adulto che fino a ieri condivideva pensieri, progetti e quotidianità, improvvisamente erige muri invisibili ma dolorosamente tangibili. Le conversazioni diventano monosillabiche, gli sguardi sfuggenti, le confidenze spariscono. È una dinamica complessa che merita di essere compresa nelle sue sfumature psicologiche e relazionali, lontano dai soliti consigli superficiali.
Il distacco come processo evolutivo necessario
La psicologia dello sviluppo ci insegna che la separazione-individuazione non termina nell’infanzia. Gli studi dimostrano che esiste una fase di individuazione che avviene durante l’adolescenza e la giovane età adulta, tra i 18 e i 30 anni. In questo periodo, il giovane adulto deve ridefinire completamente la propria identità, distinguendola da quella familiare. Quello che una madre percepisce come rifiuto è spesso un tentativo, talvolta goffo e doloroso, di costruire confini necessari alla maturazione.
Questo non significa che il dolore materno sia ingiustificato. Al contrario, riconoscere la legittimità di entrambe le prospettive è il primo passo verso una comprensione autentica. Il figlio non sta necessariamente scappando da qualcosa, ma correndo verso qualcosa: la propria definizione di sé.
Quando il distacco nasconde dinamiche più profonde
Esistono però situazioni in cui l’allontanamento emotivo segnala problematiche relazionali sedimentate nel tempo. Gli studi sulla comunicazione familiare evidenziano come pattern comunicativi disfunzionali possano accumularsi silenziosamente nel tempo, manifestandosi poi in fratture relazionali apparentemente improvvise.
Segnali da non sottovalutare
- Evitamento sistematico: quando ogni tentativo di contatto viene rimandato o ignorato
- Comunicazione esclusivamente pratica: il dialogo si limita a questioni logistiche, senza alcuna condivisione emotiva
- Reazioni sproporzionate: irritazione o chiusura eccessiva di fronte a domande apparentemente innocue
- Esclusione deliberata: decisioni importanti prese senza alcun coinvolgimento genitoriale
Questi comportamenti possono indicare ferite emotive non elaborate, bisogni di riconoscimento insoddisfatti o, più semplicemente, l’incapacità del giovane adulto di gestire la complessità di essere contemporaneamente autonomo e legato affettivamente.
L’errore più comune: inseguire invece di accogliere
Di fronte al distacco, l’istinto materno spinge a riavvicinarsi, moltiplicare messaggi, telefonate, richieste di spiegazioni. Paradossalmente, questo atteggiamento amplifica la distanza. La ricerca sulla reattanza psicologica dimostra che quando percepiamo una minaccia alla nostra libertà personale, tendiamo a irrigidirci nella direzione opposta, amplificando il comportamento difensivo.

Una madre che insegue conferma inconsapevolmente al figlio che i suoi confini non vengono rispettati, alimentando un circolo vizioso di allontanamento-inseguimento sempre più frustrante per entrambi.
Strategie relazionali efficaci
Comunicare disponibilità senza pressione: un messaggio come “Sono qui quando avrai voglia di parlare, senza fretta” lascia uno spazio relazionale aperto ma non invadente. La differenza tra presenza e pressione è sottile ma fondamentale.
Investire nella propria vita emotiva: quando una madre coltiva interessi, relazioni e progetti personali, trasmette al figlio un messaggio potente: la tua autonomia non mi distrugge. Questo paradossalmente facilita il riavvicinamento, perché elimina il senso di colpa che spesso accompagna il distacco.
Riconoscere senza accusare: invece di “Non mi racconti più nulla, mi escludi sempre”, provare con “Ho notato che in questo periodo preferisci gestire le cose da solo. È una fase che comprendo, anche se a volte mi manca la nostra vicinanza”. La comunicazione non violenta, elaborata da Marshall Rosenberg, applica questo principio: osservazione, sentimento, bisogno, richiesta. Senza giudizi o manipolazioni.
Revisione del proprio ruolo genitoriale
Questo momento di crisi può trasformarsi in un’opportunità di evoluzione. Molte madri scoprono di aver inconsciamente investito tutta la propria identità nel ruolo materno, perdendo altri aspetti del sé. Il distacco del figlio diventa allora uno specchio doloroso ma necessario.
La terapia familiare sistemica, sviluppata da Salvador Minuchin, suggerisce che ogni membro della famiglia contribuisce alle dinamiche relazionali. Questo non significa attribuirsi colpe, ma riconoscere la propria parte di responsabilità nel sistema. Forse c’è stata iperprotezione? Aspettative implicite troppo pesanti? Difficoltà nel riconoscere il figlio come adulto separato?
Quando chiedere aiuto professionale
Se il distacco si accompagna a segnali di disagio psicologico nel giovane adulto – isolamento sociale, cambiamenti drastici nel comportamento, problemi lavorativi o relazionali – potrebbe essere utile suggerire delicatamente un supporto psicologico. Anche per la madre stessa, un percorso terapeutico può fornire strumenti per elaborare il dolore del distacco e trasformare la relazione.
La sofferenza di sentirsi respinti da un figlio è reale e profonda. Le relazioni genitori-figli attraversano spesso fasi di distanza e riavvicinamento lungo l’arco della vita. Rispettare i tempi, mantenere un canale comunicativo aperto senza invaderlo, lavorare sulla propria serenità emotiva: questi sono i semi che, pazientemente coltivati, possono far rifiorire un legame più maturo, paritario e autentico. Un legame che non nega l’autonomia ma la integra nell’affetto, riconoscendo che amare significa anche saper lasciare andare.
Indice dei contenuti
